Forse dovrei tornare ai romanzi.
Del resto i manuali che compro e che leggo non servono a migliorare la mia esistenza, al massimo il mio livello di conoscenza.
Con questo pensiero sono uscita dalla libreria, investita all’improvviso dalla luce gialla del sole radente, ormai prossimo al tramonto.

I romanzi servono a evadere, a viaggiare, a vivere altre vite. Ma i social network no.
I social network ti costringono a essere un personaggio costruito – sì, su questo sono d’accordo – ma costruito sulla tua immagine. Prima o dopo realizzi che quello che appare sui social network è una specie di vetrina, che fa trasparire tutto quello che sei. Non puoi sfuggire: anche lì devi ricoprire quello che è il tuo ruolo sociale. Mi riesce difficile immaginare una vita parallela sui social.

Il fatto è che l’unico modo sensato di stare sui social media non è quello di rappresentare se stessi, di far trasparire la propria personalità.
Secondo l’autrice del libro “La nostalgia degli altri”, l’unico modo ammissibile è quello che prevede la creazione di valore. L’intervento sui social media che vale è solo quello che aggiunge valore, che crea una storia, una narrazione, che è creativo.
Ciò non significa che la nostra vita non sia degna di finire lì sopra: a volte anche la segnalazione di un disservizio può essere letto come una storia, che crea valore per l’intera comunità.
Però penso sia importante prima di postare domandarsi che tipo di valore sto producendo? È il gradino successivo rispetto alla domanda “che immagine di me sto dando?”.
E tutto questo mentre rifletto sulla verità che emerge dal web e sul tempo che un social media ti può togliere. Due dimensioni che hanno a che fare con il valore.

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